di Nicoletta Massone

Spesso sentiamo parlare di depressione, gli articoli dei giornali periodicamente la segnalano come un male oscuro ed endemico che miete più vittime di altre malattie organiche, diventate simbolo del dolore del nostro tempo.
A volte prevale il pessimismo dell’assenza di soluzioni; più spesso, invece, è la promessa di un nuovo e salvifico farmaco a dare il tono e la direzione a pensieri ed attese.
Da una parte e dall’altra, l’atteggiamento verso questa patologia sembra di irritazione e di impotenza, la si considera come un indesiderato accidente che, del tutto casualmente, colpisce una persona, allo stesso modo in cui può accadere un raffreddore od un imprevisto aumento delle tasse. Prevale la sensazione di estraneità: tra lo stato sofferente di un essere umano e l’essere umano stesso non esiste alcun legame. Inutile, pertanto, interessarsi della malattia in sé, visto che essa è solo un corpo estraneo da asportare.

Riferimenti storici
Come sappiamo, agli inizi del secolo scorso, Sigmund Freud, nell’ambito del suo lavoro clinico, scopre la necessità di adottare un atteggiamento diverso nei confronti della malattia mentale. Ascoltando i suoi pazienti, si rende conto che, in essi, la capacità di parlare liberamente, spesso si blocca, in modo del tutto imprevisto ed apparentemente inspiegabile. Scopre, in seguito, che questo accade perché pensieri ritenuti inaccettabili si sono lo stesso imposti alla coscienza e, di necessità, devono venire rifiutati. Rifiuto ed assenza, non sono, però, senza conseguenze, ma creano una condizione di disequilibrio all’interno della mente perché parti di esperienza sono escluse da quell’identità del soggetto che sola è ritenuta accettabile. Il malessere che ne deriva – non potere stare insieme a se stessi – è una “malattia” che, però, ora appare legata in modo profondo alla vita emotiva del soggetto, alla sua storia, al suo modo di essere.
È quanto esprime Freud stesso nel suo scritto Ricordare, ripetere, rielaborare del 1914

Già il fatto di iniziare il trattamento fa si che l’ammalato modifichi il suo atteggiamento cosciente verso la malattia. Abitualmente si accontentava di lamentarsene, di trattarla come qualcosa di insensato, di sottovalutarne l’importanza […] Egli deve trovare ora il coraggio di rivolgere la sua attenzione alle manifestazioni della sua malattia. La malattia stessa deve cessare di essere per lui qualcosa di esecrabile e diventare piuttosto un degno avversario, una parte del suo essere che si fonda sopra validi motivi, e da cui dovranno essere tratti elementi preziosi per la sua vita ulteriore.

La malattia non è, dunque, un corpo estraneo da debellare con i farmaci, bensì un “modo di essere della persona che si fonda su validi motivi” e che, per questo, richiede interesse ed ascolto.
Sulla base di tale ascolto, Freud, nell’anno seguente, elabora un’articolata riflessione sullo stato depressivo nell’opera Lutto e melanconia. Orienta la sua osservazione, accettando il suggerimento di Abraham che, in uno scritto precedente, aveva scelto di accostare il fenomeno della melanconia a quello del lutto. I due stati sono sostanzialmente uguali, con poche varianti: nella melanconia, e solo in essa, ad esempio, è presente un’autodenigrazione abbastanza puntuale e costante. Il soggetto sembra lamentare, più che una perdita esterna, la diminuzione di valore, di potenza e di bellezza del proprio Io. È a questo punto che Freud, a differenza di Abraham, opera un ulteriore passaggio ed ipotizza che lamentele e critiche siano rivolte non tanto all’Io, quanto a quell’altro da sé che si è reso improvvisamente deludente, manchevole o non più disponibile. La delusione, però, non ha portato, come nel lutto, ad un progressivo distacco emotivo da chi, in qualche modo, non è più stato presente come prima; la relazione continua da essere mantenuta, se pure sotto forma di critica e di denigrazione. È una forma estrema e dolorosa di legame, dove il soggetto finisce per utilizzare una parte di sé per trasformala in chi è andato via. “Diventa” l’oggetto, non potendolo più avere in altro modo. Una modalità primitiva di mettersi in rapporto, sotto l’egida del desiderio di incorporare l’altro, collocandolo dentro di sé, allo stesso modo in cui si fa con il cibo. Nella situazione di cui stiamo parlando, accade una cosa simile: il soggetto regredisce a condotte relazionali precedenti e non cerca di diventare “come” l’altro, ma semplicemente l’altro stesso.
In effetti, il soggetto che cade nella melanconia, non ha la possibilità di imitare nessuno perché non possiede un nucleo definito di personalità, non ha un’identità determinata, e non può, per questo, rimanere solo. Iniziando, da questa solitudine, a lavorare, amare, desiderare e anche cercare di diventare simile a qualcuno sentito come significativo. Al contrario, solo l’altro è provvisto di esistenza, senza l’altro cadono i legami interni, la coerenza e la continuità della vita. Semplicemente: io non ci sono più.
Una poesia di Montale presenta in modo particolarmente efficace questo modo di sentire se stessi:

Forse un mattino, andando in un’aria di vetro
arida, rivolgendomi vedrò compiersi il miracolo.
Il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro me
con un terrore di ubriaco

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi e io me n’andrò zitto,
tra gli uomini che non si voltano, con il mio segreto.
(Forse un mattino, Ossi di seppia)

Lo strutturarsi della mente e la separazione
Il rapporto con l’altro è simile all’esperienza del bambino che viene allattato al seno: prima la fame confina il piccolo in un mondo doloroso di rabbia, impotenza, disorientamento e terrore di morire. Quando il seno arriva, la mente è inondata di piacere e, grazie a questo, piano piano, si ritrova e si ricostituisce. Il bambino non viene solo nutrito, ma ritrova il centro di se, quel sé che temeva di avere perduto, sotto il peso disintegrante del dolore.
In questo senso, il piacere è essenziale alla mente perché permette di trattenere le tracce delle esperienze, permette di fare stare insieme le diverse parti del Sé, collegate e bonificate da un centro interno sperimentato come fondamentalmente buono. L’esperienza del piacere, dovuta al sentimento di accettazione, in questo modo consente il mantenimento di un’identità coerente, dove collocare il sentimento di essere se stessi.
Situazione simile si verifica nella depressione: prima che di singole caratteristiche, esiste il bisogno di qualcuno che, con la sua presenza, riannodi il filo di una continuità interna. Il soggetto non ha la capacità di tenere insieme la sua mente, dominato come è da continui processi di scissione che non gli permettono di fare esperienza della continuità del proprio Sé. Tale coerenza è garantita dalla presenza di un altro che conferma e sostiene l’essere di un nucleo buono, centro attorno al quale possono addensarsi le diverse parti del soggetto in un tutto provvisto di senso. Per questo, l’altro non se ne può andare; la separazione, in questo caso, non è tollerabile e viene a coincidere con la morte psichica.
Diversamente, in un contesto dove è possibile vivere la separazione, ogni lutto diviene l’occasione per diventare “come” l’altro, ciò che di lui si é amato; da questo punto di vista, dice Freud, il carattere di una persona può anche essere pensato come il precipitato di tutte le sue pregresse relazioni d’amore.
Nella melanconia, invece, il legame non può essere rescisso. Accade, allora, una cosa ulteriore: la rabbia, l’odio che all’altro sono diretti, si spostano verso il soggetto che comincia a criticarsi duramente, mettendo in campo un disprezzo apparentemente senza confini, mai sazio di sé. Ci si odia perché non si è in grado di esistere in proprio; si odia l’altro perché è troppo indispensabile.
Un tale vuoto di essere è legato alla costellazione delle prime relazioni, dove probabilmente il soggetto non ha potuto fare pienamente l’esperienza di essere riconosciuto con affetto ed accettazione. Più spesso, invece, può essersi sentito guardato senza simpatia e senza partecipazione, attraversato da un distacco di freddo giudizio. Magari accudito per la sopravvivenza fisica, ma non accettato per gli affetti che viveva. La mancanza di riconoscimento produce il buco di esistenza di cui stiamo parlando. Se quello che sono non piace agli altri, non ho più un luogo dove collocare la mia esistenza, sono un guscio pieno di nulla, sono una parvenza vuota.
Altra poesia, questa volta di T.S. Eliot, Gli uomini vuoti, ci racconta questo particolare tipo di identità

Siamo gli uomini vuoti
Siamo gli uomini impagliati
Che appoggiano l’un l’altro
Le teste piene di paglia. Ahimé!
Le nostre voci secche, quando noi
Insieme mormoriamo
Sono quiete e senza senso
Come vento nell’erba rinsecchita
O come zampe di topo su vetri infranti
Nella nostra arida cantina

In mancanza di uno sguardo che riconosca ed accetti quello che il bambino vive, resta un’identità vuota da cui sembrano promanare, in modo del tutto insensato ed ingiustificato, quelli che, in altra situazione, sono i segni del legame: la comunicazione fisica e verbale, le carezze e le parole. Tutto diventa arido e meccanico, la vita, nel suo splendore, si spegne, pietrificandosi e ritornando ad essere inerte materia, vetri infranti ed erba rinsecchita.

[…] Coloro che ci hanno traghettato
Con occhi dritti, all’altro regno della morte
Ci ricordano – se pure lo fanno – non come anime
Perdute e violente, ma solo
Come gli uomini vuoti
Gli uomini impagliati.

Questo misterioso regno dell’assenza di vita è, dice Eliot, una forma particolare di esistenza, l’altro regno della morte: si sopravvive, ma senza se stessi,. È lo spazio della non nascita, della impossibilità di incarnazione. Una terribile condanna attraversa l’individuo che può solo guardare scorrere il suo tempo, essere spettatore del lento ed inesorabile trascorrere verso la fine.
Non ci sono passioni violente o “maledette”; quello già sarebbe una forma di consistenza che non si ritrova nella rarefazione sino alla frantumazione di ogni significato che governa questo pianeta perduto nello spazio.

[…] Nel regno di sogno della morte
Gli occhi non appaiono:
Laggiù gli occhi sono
Luce di sole su una colonna infranta
Laggiù un albero ondeggia
E voci vi sono
Nel cantare del vento
Più distanti e più solenni
Di una stella che si spegne.

[…] Questa è la terra morta
Questa è la terra dei cactus
Qui le immagini di pietra
Sorgono, e qui ricevono
La supplica della mano di un morto
Sotto lo scintillio di una stella che si va spegnendo.

Nel regno di sogno della morte, gli occhi e la voce degli altri sono lontani quanto una stella che svanisce. Chi dovrebbe essere capace d’amore, non sa comunicare la vita. È ad una distanza incalcolabile, quanto può essere distante una statua da un uomo, idolo che può essere solo supplicato ed adorato, nella disperante certezza che a nessuna preghiera ci sarà risposta alcuna.

È proprio così: nell’altro regno della morte
Svegliandoci soli
Nell’ora in cui tremiamo
Di tenerezza
Le labbra che vorrebbero baciare
Innalzano preghiere a quella pietra infranta.

Gli occhi non sono qui
Qui non vi sono occhi
In questa valle di stelle morenti
In questa valle vuota
Questa mascella spezzata dei nostri regni perduti.

In quest’ultimo dei luoghi d’incontro
Noi brancoliamo insieme
Evitiamo di parlare
Ammassati su questa riva del tumido fiume

La tenerezza e l’amore restano, con smarrimento infinito, senza risposta e sembrano precipitare insensatamente nel vuoto. A quel bambino, raggelato dall’orrore, riuscirà molto difficile amare di nuovo perché ogni volta che si troverà sulle soglie di un investimento affettivo, avrà il terrore che tutto si ripeta come sempre è stato: una passione a vuoto che precipita nel nulla senza echi dell’universo
Il bambino finisce per vivere, irrigidito dalla paura, una morte che è venuta prima della morte.

Privati della vista, a meno che
Gli occhi non ricompaiano
Come la stella perpetua
Rosa di molte foglie
Del regno di tramonto della morte
La speranza soltanto
Degli uomini vuoti.

Affrontare la separazione
È l’ultimo nucleo di sopravvivenza. Nonostante ogni assenza, ancora rimane la speranza che qualcuno, alla fine, possa giungere per condividere riso e lacrime. Anche se, il più delle volte, questa speranza rende semplicemente più acuto il dolore per una sconfinata ed incomprensibile solitudine.
Questo vuoto di esistenza conduce alla necessità di instaurare rapporti che non sono proprio tali, non possono prevedere uno scambio reciproco nella distinzione delle identità. Presumono, invece, una sorta di incorporazione dell’altro, un diventare una sola entità al fine di esistere. E non ammettono, ovviamente, l’eventualità della separazione: per essa, mancano le risorse necessarie ad affrontarla e sopportarla.
Poter accettare la separazione è, dunque, un evento centrale nel processo di individuazione di una persona, nel suo costituirsi come identità separata, provvista di una precisa esistenza.
La necessità di affrontare la separazione si pone, per la prima volta, in tenerissima età, secondo la teorizzazione kleiniana che parte dalle posizioni di Freud per procedere verso ulteriori sviluppi.
Secondo la Klein, per molto tempo, il mondo del bambino piccolo non è popolato di persone, ma solo di momenti e cose per lui positivi o negativi. L’ovvio tentativo è quello di cercare di trattenere e di riconoscersi in ciò che è buono, rifiutando come estraneo ciò che è doloroso. Ad un certo punto, però, il bambino si rende conto che quella persona disperatamente assente, disattenta, maldestra, irritata ed irritante, è la stessa mamma che sorride e lo accarezza, che gli parla dolcemente, che lo prende in braccio e lo stringe, rimettendogli calore infinito nel cuore e tutta la speranza della terra nell’anima.
La scoperta è terribile per tante ragioni. Prima di tutto, vuol dire che l’altro è distinto e separato; la sua assenza non può più essere interpretata come evento estraneo che nulla ha a vedere con la personale esistenza, dolore incomprensibile da combattere ed eliminare. Quell’assenza, semplicemente, parla della separazione: l’altro possiede un suo essere e può stare accanto al bambino, ma può anche non farlo. Inoltre, può essere presente in modo amorevole oppure distaccato e disattento. Il bambino, a questo punto, si rende conto che quella presenza dipende anche da lui, dal suo modo di mettersi in rapporto e dai suoi sentimenti. Aggressività e rabbia, cioè “le cose brutte”, ora si rende conto che sono anche dentro di lui e possono allontanare gli altri, ferendoli nella delicatezza del loro sentire. Teme, per questo, di avere danneggiato irrimediabilmente l’altro e di averlo perduto per sempre. Per la prima volta, si preoccupa delle conseguenze delle sue azioni e dei suoi sentimenti, si preoccupa del benessere di coloro che ama e che proprio da lui possono essere offesi. Klein chiama questa condizione lo “struggimento per gli oggetti d’amore”.
Per il bambino è un momento molto delicato: teme di venire abbandonato a causa della sua rabbia e del suo odio e teme di non avere risorse sufficienti per rimediare ai danni fatti, sia quelli reali che, soprattutto, quelli arrecati in fantasia. Si aspetta di venire abbandonato per tutto questo.
Manca la fiducia nelle proprie capacità di amore e di riparazione e quella verso una sufficiente benevolenza dell’altro. In preda a questa angoscia, il bambino si sente spinto a verificare all’esterno come stanno le cose. Quando si accorge che la madre ancora esiste, che è sempre disponibile ed affettuosa con lui, conforta un poco le sue peggiori paure. Il riscontro positivo, aumenta la fiducia in sé e negli altri e la maggior fiducia gli consente di consolidare nuove attività intellettive ed emotive. Queste finiscono con il procurargli ulteriori consensi, fatto che accresce la percezione di sé come fondamentalmente buono e capace di controllare gli impulsi ostili.
Il ripetersi di tali esperienze, permette il consolidarsi di un Io sempre più competente nell’esercitare le capacità che servono per contenere la sofferenza: non tutte le cose buone sono nell’altro, di cui non si può fare a meno. Molte di quelle cose ora sono anche del bambino e la sua mente può continuare a funzionare anche in assenza dell’altro. Anche senza l’altro, il bambino riesce a sapere di essere con continuità sufficientemente buono.
È in questo momento che la separazione può essere vissuta non come evento mortifero, devastante ed annientante, bensì come tristezza per una perdita che lascia, però, dietro di sé, il ricordo di un vitale scambio affettivo che ha contribuito, in modo permanente, alla costruzione e all’arricchimento della personale identità.
Secondo Klein, tutto questo complesso processo si ripete nuovamente ogni volta che nella vita si fa l’esperienza del lutto. Ancora una volta, compare il timore di non potere continuare a funzionare senza l’altro e che tutto, senza di lui o lei, smetta di essere. Il mondo esterno, ma soprattutto quello interno, sembrano distrutti ed irrecuperabili e grande è la paura di essere stati causa di ciò con la propria rabbia e la propria mancanza di cura. Il percorso di elaborazione del lutto è, anch’esso, simile a quello avvenuto nell’infanzia. Chi ha subito una perdita, piano piano può rimettersi in contatto con il mondo esterno; nell’incontro con gli altri, può verificare una continuità di esistenza, una accoglienza e una disponibilità nei suoi confronti. Oltre ad una capacità di condividere e comprendere la sua sofferenza del momento. E questo, ora come ai tempi della prima infanzia, rinforza la fiducia nella positività del sé che sembrava compromessa a causa della recente perdita, vissuta come rifiuto e distruttività.
La verifica permette di sperimentare nuovamente, prima all’esterno e poi all’interno, la capacità della mente di tollerare la frustrazione, di contenere il dolore, di sostenere la speranza e mantenere l’esistenza degli esseri.
Un esempio di questa disposizione di pensiero sembra venire espressa in una poesia di Wislawa Szymborska (1923 Polonia) Sulla morte senza esagerare

Non si intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro nei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
Intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia

Occupata ad uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità
come se con ognuno di noi stesse imparando

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
Di fare cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
La batte in velocità

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, piume, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo gravoso lavoro.

La cattiva volontà non basta
E perfino il nostro aiuto con
Guerre e rivoluzioni
È, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime foglioline
E spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
Che almeno per un attimo
Non sia stata immortale.
La morte è sempre in
ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
Il tempo raggiunto.

Psicoterapia della depressione
La clinica della depressione si muove intorno ad un lutto mai consumato.
Generalmente, la persona melanconica non ha potuto godere di un rapporto di riconoscimento nelle sue prime relazioni. Dicevamo come un bambino viva nella mente di chi si prende cura di lui, dipenda da chi lo guarda, da qualcuno che, di volta in volta, riconosca e sintetizzi in unità quello che lui prova: sei un bambino arrabbiato, ora capriccioso; adesso, invece, impaurito, tra un po’, probabilmente, stanco ed affamato. Io ti vedo e, con questo, anche ti accetto nelle tue manifestazioni.
Il bambino non è in grado di realizzare tutto ciò da solo, senza uno sguardo esterno, si frantuma in stati emotivi disorganizzati che non riescono a confluire in una forma stabile.
Quando la relazione con l’altro non contiene sufficientemente conferme e rimandi, il bambino, in apparenza, può tentare di prendere le distanze da un genitore così deludente, decidere di farne a meno e di andare avanti da solo. E’, però, una scelta impossibile, visto che l’altro è il principio unificatore della propria esistenza. Sotterraneamente, infatti, si realizza una profonda identificazione con l’altro stesso – il solo modo di averlo accanto – e si continua a tenerlo in vita, dal momento che è tutto ciò che si possiede.
In tal modo, però, continua anche ad essere mantenuto invita un universo, dove la personale realtà è fragile e disprezzabile, dove gli altri sono deludenti ancor prima dell’incontro con loro e l’unica forma di sopravvivenza è rappresentata dall’annullamento di ogni possibile contatto.
Il processo psicoterapeutico cerca di permettere delle esperienze in cui il paziente possa percepirsi come capace di controllare gli impulsi ostili, in modo da rivedere e correggere la sua immagine, soprattutto riguardo alla personale capacità di amare e di rimediare le condotte distruttive.
Tali esperienze possono aumentare la fiducia in sé ed allargare gli spazi di esistenza, soprattutto quelli relativi all’incontro e allo scambio affettivo, rendendo meno necessaria la chiusura in una severa e mortifera pseudoautosufficienza.
Sino a che sia possibile effettuare quella separazione che si era tentato di realizzare troppo precocemente, potendo, così, vivere ed amare nella propria vita.