di Valentina Mazzola

In ogni tempo e in ogni parte del mondo gli uomini hanno sempre cercato di dare delle spiegazioni rispetto alle origini del mondo tramite miti. Non è casuale che in moltissime culture il Sole e la Luna siano considerate divinità e come tali venerate con riti che ripropongono i cicli delle stagioni o delle fasi lunari.
I miti e la religione hanno sempre avuto una funzione importante sia a livello sociale sia personale. La fede è speranza, la convinzione che si possano modificare gli avvenimenti negativi tramite preghiere, evitare sventure attraverso i riti di gruppo.
L’idea di avere un potere su quello che accade tranquillizza e rassicura così come un bambino ha bisogno di poter prevedere e guidare le azioni dei genitori, non è un caso che spesso gli dei sembrino figure genitoriali e suggeriscano l’idea di una famiglia soprannaturale.
Oggi la scienza e la tecnologia ci hanno privato, almeno in parte, della fede: non facciamo più la danza della pioggia ma guardiamo il meteo con un’app per scoprire il tempo di domani, la Luna non è più una dea cacciatrice vergine ma un accumulo di rocce raggiungibile con un razzo spaziale.
In un mondo dove i vecchi miti sono stati censurati, è necessario crearsene di nuovi: i diserbanti salvano dalla carestia ma si ha sempre simbolicamente bisogno di una Madre o di un luogo meraviglioso in cui poter fuggire.
Si inventano nuove fiabe e moderni miti in cui identificarsi. La Fantascienza con Isaac Asimov esprime in maniera nuova il tema della paura di perdere l’amore materno, di essere bambini inermi incapaci di diventare adulti. Si introducono elementi fantastici nella letteratura quasi a voler sostituire quelli che abbiamo perso rifiutando i racconti della religione.
La prima produzione Fantasy assomiglia molto a una sorta di “fiaba per adulti” con tutti gli elementi formativi che troviamo nelle fiabe classiche: buoni e cattivi nettamente divisi e identificabili, con scopi e ideali tanto nobili per i primi quanto esecrabili per i secondi. È semplice e naturale identificarsi con Richard protagonista della saga “La spada della verità” così come è impossibile non parteggiare per il giovane Wil del ciclo di Shannara. Il primo è un paladino portatore del diritto del libero arbitrio, della possibilità di diventare qualsiasi cosa si vuole semplicemente con la forza di volontà. Il secondo è un giovane che si sente inadeguato e nonostante questo affronta le sue paure per salvare il mondo. Con sviluppi sicuramente più oscuri e problematici il giovane Frodo de “Il Signore degli Anelli” combatte contro la tentazione per raggiungere la propria individualizzazione, anche a costo del sacrificio supremo.
Oggi il nuovo genere dell’Urban Fantasy dà voce al mondo adolescenziale anche se non dal punto di vista della possibilità di maturare e diventare adulti, ma nell’ottica di che solo la forza della ribellione della gioventù abbia un qualche valore; si tratta infatti di storie dove solo i giovani posseggono la Verità e di conseguenza solo le loro azioni sono guidate dal Bene, mentre gli adulti risultano ingordi, avidi e incapaci. Pensiamo a cicli quali “Divergent” di Veronica Roth, “Shadowhunters” di Cassandra Clare e la Trilogia delle Gemme di Kerstin Gier. I protagonisti di questi scritti ( e con loro i lettori) sono portati a credere ancora nell’ onnipotenza infantile: in ogni storia sono portatori di un potere speciale che non sanno di possedere e che permette loro di sconfiggere ogni avversità, avversità create da altrettante figure adulte e onnipotenti.
In questi romanzi il denominatore comune, oltre alla scoperta del rapporto amoroso con l’altro sesso, è la creatività e la potenza dell’adolescenza (vista come unico valore positivo), contrapposta alla posizione più conservatrice dell’adulto. In ognuna di queste saghe poi, troviamo una figura genitoriale che non solo vuol nuocere al protagonista o si vuole servire di lui ma addirittura desidera conquistare il mondo. A ben vedere la trama non è molto diversa da quella di “Biancaneve” e le dinamiche relazionali tra questi personaggi richiamano il rapporto dell’eroina con la matrigna: l’invidia verso qualcosa che non si possiede, sia essa gioventù o potere.
Credo che un capitolo a parte sia rappresentato dalla serie televisiva “ Il trono di Spade” (in inglese Game of Trone) e i romanzi “Cronache di Ghiaccio e Fuoco” di Martin da cui è tratta. Per la prima volta i buoni non vincono e i valori portati avanti non sono quelli tradizionali. La dubbia moralità non fa comprendere al lettore quale sarà l’epilogo perché, appunto, non si distingue chi è il buono e deve quindi trionfare, in una storia, dove tutti i protagonisti possiedono caratteristiche sia positive che negative.
L’autore tratta tutte le nefandezze umane (incesto, parricidio, stupro, sfruttamento della prostituzione…) attribuendo ai suoi personaggi in egual misura azioni oneste e disoneste e dimostrando come la rettitudine non sempre sia una qualità (ad esempio colui il quale sembra essere l’eroe secondo lo schema classico del romanzo fantasy, è ucciso prima della fine del primo romanzo proprio perché non rinuncia ai suoi valori). Il lettore, che cerca una trama tradizionale, rimane confuso perché azioni terribili sono giustificate da una morale che ha una coerenza impeccabile ma perversa, in una confusione di ruoli ed emozioni che vanno di là dalla definizione di protagonista e antagonista.
Perché, quindi, questa saga ha tanto successo in questo momento storico?
La risposta sta (oltre che in un piano marketing perfetto) nella difficoltà odierna di poter accedere all’età adulta. Sembra quasi impossibile individuare il momento in cui termina l’adolescenza in una società che invecchia e che deve spostare i confini della giovinezza. L’età media in cui si esce da casa, quella in cui si ha un figlio, si trova il primo impiego sono sempre più trasportate in avanti per motivi economici, di studio: questo porta chi si trova in quella situazione a non avere un’identità. Non esistono più quei riti di passaggio regolati dalla vita religiosa (come il matrimonio) o dallo stato (la leva militare) che permettono di scansionare le diverse fasi della crescita e sapere che ruolo si ha nella società.
Mentre nei primi anni della pubertà è lecito identificarsi nel gruppo dei pari e contrapporsi in maniera forte agli adulti, questo non è più così semplice quando l’età anagrafica rende l’individuo appartenente a una categoria che però è preclusa per ragioni economiche e sociali.
Le fiabe, come dice Bettelheim, hanno la funzione di aiutare il bambino a riconoscere le proprie emozioni, a comprendere come queste possano essere gestite e affrontate. Allo stesso modo i romanzi fantascientifici del ‘900 aiutavano un pubblico adulto ad affrontare i temi toccati della morale in un mondo che aveva appena affrontato due guerre mondiali e, in un momento di rivoluzioni ideologiche, era necessario ritrovare dei solidi ideali condivisi.
Il fantasy delle origini poteva occuparsi dell’adolescenza rimanendo a metà dei due generi, la fantascienza e la fiaba, affrontava la fatica di crescere. Con il cambiare della società, però, anche la letteratura deve mutare: accade così che l’Urban Fantasy si occupi di quella fase che è l’adolescenza propriamente detta, con le sue paure riguardo al cambiamento del corpo, i primi sentimenti d’amore, il senso di inadeguatezza e il rifugiarsi in una realtà alternativa piena di opportunità.
Quella che è chiamata fantasy, invece, cambia le regole del gioco, i suoi protagonisti non sono necessariamente più i giovani ma possono essere anche genitori che vengono man mano sostituiti dalla nuova generazione che cresce. Perché la verità per i nuovi adulti di oggi è che non sapranno quando avranno il controllo delle loro vite, dubitano di poter trovare un ruolo nel mondo se non dopo la morte dei genitori in una società che continua a dire che non c’è lavoro per i giovani ma nemmeno per i cinquantenni che diventano obsoleti. Ecco allora una serie di romanzi che trascrive questa insicurezza (chi diventerà re?) che traduce la rabbia in omicidio, l’invidia in menomazione, l’amore in stupro e rende l’intimità impura.
Così acquistano simpatia i mostri, i bastardi e si odiano le regine e i cavalieri perché la speranza oggi sembra morta. Appare impossibile alle nuove generazioni conquistare una posizione onorevole e ci si arrangia lavorando con contratti a termine, come tanti reietti indegni di chiedere prestiti alle lobby delle banche, costretti come i non morti del libro ad andare avanti alla ricerca di qualcosa di meglio che sembra non esistere e non arrivare mai, destinati a sopravvivere all’inverno che sta arrivando o al massimo a sedersi su un trono di spade. Perché il titolo della serie “Il gioco del trono” evoca proprio questo: avere un posto, un ruolo ma oggi sembrano esserci troppi candidati, non esistono più confini di genere e di generazione e non sembrano esserci né regole né limiti per provare a ottenerlo.