di Valentina Mazzola

Il primo anno che fu messo in onda “Il grande fratello” ci fu una polemica abbastanza pubblicizzata sul fatto che ai Telegatti fosse stato inserito nella categoria dei programmi di diffusione scientifica. I concorrenti del programma si difesero sostenendo di essere stati contattati anche da studenti che volevano fare una tesi di carattere sociologico su quello che, allora, si era rivelato il programma televisivo dell’anno.
Il fatto che fino a circa quindici anni fa non esistesse la categoria dei reality show e quella altrettanto diffusa dei talent sembra quasi impossibile. Appare ancora più di rilievo che, allora più di oggi, si cercasse di dare una spiegazione intellettuale a questa forma di voyeurismo che aveva colpito l’Italia in massa, come se l’essere un fenomeno collettivo ne annullasse ogni aspetto patologico. Infatti, se è sbagliato osservare i nostri vicini dalla finestra, perché non lo è guardare dei giovani che si fanno la doccia davanti alle telecamere?
Ora non c’è rete pubblica o privata che non abbia questo genere di programma in palinsesto, anzi i canali a pagamento sottolineano nei loro spot pubblicitari di possedere i diritti esclusivi di format famosi proprio per fare acquistare l’accesso alla loro piattaforma. Vedere in anteprima quei programmi è un vanto.
Le trasmissioni televisive maggiormente chiacchierate e commentate sui social si dividono appunto in queste due categorie: reality e talent. Nei primi personaggi ormai desueti cercano di ritrovare un po’ di notorietà attraverso umiliazioni e sbandierando la loro intimità, nei secondi, degli sconosciuti provano a uscire dall’anonimato mostrando qualche qualità artistica.
Il fatto che questi programmi si siano moltiplicati, arrivando a collezionare diverse edizioni, significa che hanno successo e che piacciono al pubblico, non necessariamente fatto di giovanissimi. Se ne possono trovare davvero per ogni target: cuochi, imprenditori, viaggiatori, single, cantanti… a ognuno il proprio talent!
Perché oggi si preferiscono queste trasmissioni che già nel nome portano l’idea della quotidianità, delle emozioni e della vita della gente comune, dei loro sogni, delle loro ambizioni? Perché non esistono più i grandi quiz dove era la cultura a essere premiata e non la simpatia suscitata nel telespettatore?
Il modo di guardare la televisione è cambiato molto nel corso del tempo. All’inizio c’erano pochi apparecchi, per il loro costo elevato acquistarne uno era un obiettivo per il quale si risparmiava a lungo, possederlo era simbolo di uno status sociale. Le persone si riunivano per condividere l’unica trasmissione in onda, era quasi come partecipare a un evento mondano, non era diverso dall’andare al cinema o a teatro, guardare la tv era un momento di aggregazione. Ora gli schermi nelle case si sono moltiplicati rendendo la visione delle trasmissioni qualcosa di personale, spesso fatto in solitudine perché a ogni fascia di età sono destinati dei programmi e all’interno della stessa famiglia, nello stesso momento ci possono essere bambini, adolescenti e adulti davanti ad apparecchi e spettacoli diversi. Se negli anni ’80 la teledipendenza era considerata una malattia, ora avere in sottofondo un televisore parlante è ritenuto nella norma.
Il video e i suoi personaggi occupano il posto delle relazioni umane che, invece, vanno scomparendo. Sappiamo a mala pena i nomi dei nostri vicini e ci rapportiamo con loro in maniera educata ma fredda salutandoli solo se li incontriamo sul pianerottolo ma mai invitandoli per un caffè, raramente sappiamo se sono felici e qualcosa rispetto al loro passato se non particolarmente scandaloso. Possiamo però emozionarci per la storia della ballerina sorda o arrabbiarci con il tronista di turno. Proviamo sentimenti veri per personaggi che ci sono venduti come reali perché non abbiamo più persone abbastanza vicine con cui farlo. In fondo il video di presentazione di un concorrente sembra dirci tutto di lui e riusciamo a identificarci abbastanza in fretta da sapere esattamente quali sono le motivazioni che l’hanno portato a presentarsi, proprio in quel momento, in quella trasmissione e ovviamente non si tratta di manie di protagonismo.
Abbiamo bisogno di rapporti umani, ci manca la possibilità di essere empatici e di trovare comprensione nell’altro; sappiamo bene di essere animali sociali, ma stare in relazione significa anche correre il rischio di soffrire e di essere rifiutati, questo a volte ci spaventa al punto di preferire il riparo della propria casa e concedersi di provare emozioni agite da altri fingendo che ci riguardino: emozioni a (tele)comando.
Gli adulti si lamentano spesso di quanto sia difficile, dopo una certa età, conoscere gente nuova, stringere amicizie, sembra più facile relazionarsi on line. Di persona è più difficile svelarsi e permettere all’altro di conoscerci perché è sempre più difficile avere un’identità stabile e definita, senza la quale si rischia di non essere accettati o peggio ancora di perdere quelle poche convinzioni che abbiamo su noi stessi.
Una volta era la propria professione (il barbiere, la fornaia…) o la parentela (la figlia di…, il nipote di…) a dare il senso di appartenenza. Oggi si svolgono mansioni sempre meno qualificate e anche rimanere vicino alla famiglia d’origine, sembra socialmente sbagliato.
Il contatto con l’altro è quindi molto più difficile perché quando non si possiede un’identità, non è semplice distinguersi dall’altro da sé e si ha la paura di essere annullati. Se non so chi sono mi sembra di non esistere, è facile, quindi, che l’altro mi affascini e mi faccia desiderare di essere simile a lui, con il rischio di perdere definitivamente il mio vero Io. Per avere un’identità che distingua un individuo dalla massa dei telespettatori, bisognerebbe poter uscire dall’anonimato. Ecco allora che i reality rappresentano questa speranza: l’idea di essere ufficialmente riconosciuti, di essere qualcuno e di conseguenza, avere la dignità per essere amati.
E sui social si costruisce un’immagine ideale che non può essere smentita dal contatto diretto e spesso gli argomenti che permettono di entrare in pseudo relazione con l’altro sono appunto i personaggi dei talent e dei reality.
Il finto potere che dà il televoto è inoltre un’arma affascinante: l’idea di poter eliminare qualcuno, farlo fuori in senso non del tutto metaforico, permette di scaricare l’aggressività e l’invidia per quelle persone che fanno ciò che desideriamo senza averne le qualità. Si fa uscire quindi il cantante più scarso e si manda a casa l’acida del gruppo, e quando ciò accade, si prova un senso di euforia e trionfo.
La televisione è il nostro specchio, i rapporti umani che vediamo sullo schermo sono come i nostri: intensi e di breve durata, superficiali e teatrali come bacheche di face book amplificate e messe in atto. Le storie narrate nei libri sono meno fruibili in questo senso perché sappiamo che non sono reali, che non potremmo mai essere l’eroe di un romanzo mentre non è impensabile poter diventare il protagonista di un reality.